Torture, esecuzioni e processi farsa. L’altra faccia della lotta alla droga in Messico Andrea Cocco / amisnet.org

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Torture, esecuzioni e processi farsa. L’altra faccia della lotta alla droga in Messico

A cura di Andrea Cocco • 9 Giugno 2010

96 mila soldati dispiegati sul territorio e 36 mila poliziotti messi a disposizione per aiutarli nella cosiddette operazioni anti-droga. Da quando il governo di Felipe Caldiron ha lanciato la sua guerra al narcotraffico il Messico vive una nuova ondata di militarizzazione del territorio con un aumento pauroso delle violenze. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International in soli due anni, tra il gennaio del 2008 e il novembre del 2009, si sono verificati 14 mila uccisioni. Un numero in costante aumento che si accompagna ad una violenza generalizzata sul territorio ai danni della popolazione civile e degli attivisti politici. Sparizioni, esecuzioni, suicidi simulati, torture e detenzioni arbitrarie, le brutalità commesse si accompagnano ad un’impunità diffusa sull’operato dei militari e delle forze di polizia. La stessa Commissione nazionale per i diritti umani, organo indipendente dello stato messicano, ha ammesso che negli ultimi 2 anni, da quando cioè l’esercito ha
ottenuto poteri speciali per la lotta al narcotraffico, le denuncie per violenze commesse durante le operazioni di sicurezza sono aumentate del 500 per cento. “La lotta al narcotraffico è una gigantesca farsa” spiegano nell’intervista Antonio e
Alejandro Cerezo Contreras, i due fratelli e attivisti che hanno passato 7 anni in un carcere di massima sicurezza a seguito di un’accusa che non è mai stata provata. “Basti notare che negli ultimi anni mentre le violazioni aumentatavano vertiginosamente sono diminuite nettamente le distruzioni di campi in cui si coltiva la droga”. “L’unico vero obiettivo” sottolineano Alejandro e Antonio “è di garantire un controllo militare, politico ed economico del territorio, in modo da poter favorire tra
le altre cose gli investimenti esteri e il riciclaggio di denaro”.

Dopo l’entrata in vigore nel 2008, del cosidetto Plan Merida, un accordo internazionale di cooperazione per la sicurezza siglato con gli Stati Uniti, il governo di Washington ha garantito centinaia di milioni di dollari per rafforzare l’esercito messicano. In Messico, spiegano i due attivisti, sta accadendo quello che è accaduto in Colombia, dove, dopo decenni di violenze, è ormai dimostrata la collusione tra governo e gruppi paramilitari.

Attivo sin dall’incarcerazione nell’agosto del 2001 di Hector Antonio e Alejandro il Comitato Cerezo, dopo l’ultima scarcerazione nel febbraio 2009, prosegue la sua lotta contro le detenzioni arbitrarie, la tortura e le condizioni carcerarie imposte ai prigionieri politici e di coscienza. Attualmente, secondo gli informativi pubblicati dal Comitato Cerezo, sono 128 i prigionieri politici e di coscienza rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza o nei penitenziari statali messicani. A questi si aggiungono 300 persone in attesa di giudizio mentre le accuse arbitrarie e i processi irregolari sono all’ordine del giorno. Per tutti i prigionieri le condizioni di detenzione sono allarmanti e vanno dai casi ripetuti di tortura al divieto di qualsiasi attività di lavoro o di studio all’interno delle carceri. Tra i tanti casi denunciati, quello degli attivisti di Atenco rinchiusi dal 2006 nel carcere di massima sicurezza di El Altiplano dove denunciano pestaggi ripetuti. In favore dei detenuti e dei familiari vittime di persecuzioni giudiziarie, il Comitato Cerezo porta avanti una continua attività di denuncia, informazione e di sostegno, organizzando specifici workshop per aiutare i parenti dei condannati a sostenere il loro caso.

 

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